Frammenti d'infanzia PDF Stampa E-mail

Frammenti d’infanzia

“Pater noster qui es in coelis…” una voce ben scandita e forte risuonava nella penombra dell’Oratorio rischiarata soltanto dalla luce del tramonto solare che penetrava, sottile e fredda dalle vetrate antiche, la cui struttura significava la vetustà del luogo. La preghiera era continuata con rigorosa devozione e partecipazione delle “sorelle” nel segno di una tradizione che non poteva essere rinunciata o disattesa e che testimoniava di una continuità intimamente vissuta. Figura emblematica la “priora” cui era riservato, nel consesso orante, una posizione di privilegio, che la rendeva distante e lontana, tutta raccolta nella preghiera e, al tempo stesso, immersa in una partecipazione che le proveniva dall’essere storicamente erede di una funzione appartenuta alla sua famiglia di origine.

Io stavo lì, accanto a mia madre, a sua sorella alle loro parenti, tutte fedeli ad una ritualità che vivevano forse ancora prima di nascere: ascoltavo le preghiere, cercavo di ripeterle spesso distrattamente, in un formulario in lingua latina, che le maestre della scuola elementare – quella allora molto famosa delle signorine Cauli – mi avevano fatto apprendere a memoria, proprio per pregare. Il timore di sbagliare mi intimidiva, così sottecchi, guardavo mia madre, quasi a trovare conferma del mio recitare.

Terminata la recitazione del S. Rosario, le “sorelle” ascoltavano attente e fiduciose le sollecitazioni del padre spirituale che le invitata a riflettere sul significato della Passione di Cristo, sul dovere di “vivere” intensamente i momenti più importanti della liturgia pensando alla fragilità del vivere umano, al riscatto dal peccato originale ottenuto per l’umanità  dal sacrificio di Cristo.

A quel tempo, il significato delle parole del padre spirituale era superiore alle mie personali capacità di comprensione e le avvertivo come cupi segnali di un senso tragico dell’esistenza, divisa tra bisogno di gioire e coscienza della morte.

Una volta conclusa la fase meditativa ed orante, le “sorelle”, puntualmente affrontavano le questioni riguardanti l’organizzazione dei riti della Settimana Santa. Numerosi gli argomenti posti in discussione: come “sistemare” i “segni” della Passione che avrebbero sfilato nella Processione del Venerdì Santo, come meglio curare l’abbigliamento delle tre statue femminili – la Madonna, Maria di Cleofa e Maria di Magdala – con una preoccupazione specifica per il fazzolettino bordato di pizzo antico che, simbolicamente suggerendo il motivo delle lacrime della Madre, con il suo biancore interrompeva il nero del lutto.

L’attenzione più forte era dedicata alla statua del Cristo morto: meravigliosa scultura lignea riassumente in sé, nei tratti e nell’ espressione, la tragicità Controriformistica e spagnolesca della morte e del supplizio della Crocifissione.

Ricordo e, talora ne  sorrido, la preoccupazione delle “sorelle” di dover sistemare al meglio “il letto” di morte su cui la statua lignea tradizionalmente veniva adagiata per essere esposta alla venerazione dei fedeli e per poi essere portata in processione lungo tutte le strade, vecchie e nuove, di Lanciano. Il trionfo di fiori seta bianca interrotto soltanto dal verde scuro di qualche foglia che allora circondava il letto di morte, nei giorni della quaresima, prima della Settimana santa era sottoposto ad opera di paziente  e sottile restauro: qualche fiore irrimediabilmente sciupato veniva sostituito badando a che la seta utilizzata non rivelasse troppo scopertamente, agli occhi dei fedeli, il fatto di essere nuova.     Una sorta di tutela dell’antico, un sentimento oscuro di timore di non rispettare la tradizione, si impadroniva dei “fratelli” e delle “sorelle”, provocando anche discussioni interminabili ed inconcludenti.

Ho ancora in mente il contrasto, all’interno del “gruppo dirigente” sorto dalla proposta di voler mutare la guaina di carta nera dagli orli a riccioli delle candele processionali delle “sorelle” sostituendola con altro tipo di protezione ornamentale che fosse meno facile da bruciare: una opposizione forte e determinata contro una novità che non sarebbe stata capita dalla folla abituata ad una immagine ormai consolidata del corteo.

Certe particolarità distintive  dei riti sono stampate nella mia mente: i medaglioni con impressi i simboli dell’Arciconfraternita, per le sorelle ancora “novizie” o non titolari di cariche prestigiose erano rigorosamente di metallo color naturale, ed erano sostenuti da cordoni di seta nera. Le “sorelle” più importanti, indossavano medaglioni dorati, i cordoni erano in seta color giallo oro ed erano “fermati” da nappe di seta che scendevano dietro il collo. Altro elemento distintivo, il medaglione dorato della “priora” sostenuto non da un cordone, ma da una stola nera tutta percorsa da immagini e volute squisitamente barocche, in oro. Tradizionalmente, il lutto che seguiva il corteo processionale non prevedeva colori diversi dal nero: ho scoperto, frugando tra le vecchie cose appartenute a mia nonna, che, per le giovani appartenenti alle buone e tradizionali famiglie lancianesi, soprattutto della zona del Borgo, di Lancianovecchia e Civitanova, cui spettava l’obbligo di continuare la tradizione di partecipazione all’Arciconfraternita “Orazione e morte” di S. Filippo Neri, era doveroso inserire nel corredo nuziale un abito nero arricchito  con un velo di seta leggera, una sorta di stola lunga  con i bordi di tessuto più spesso da indossare per i riti della Settimana Santa. Non potevano mancare i guanti, preferibilmente di rete di cotone, unica civetteria concessa alle “sorelle”.

Puntualmente, i primi giorni della Settimana Santa vedevano impegnati gli adepti dell’Arciconfraternita – sorelle e fratelli – a predisporre tutto quanto fosse necessario perché la tradizione venisse rispettata con rigore ed autentico senso di partecipazione. Tra i “grandi”,  risuonavano i canti ed i piccoli gridi dei bambini che si preparavano per il coro che avrebbe accompagnato il corteo professionale del Venerdì; mentre le “sorelle” procedevano alla scelta di quelle che avrebbero portato sulle spalle le statue di Maria di Cleofa e di Maria di Magdala, i “fratelli” riservavano per loro stessi la statua della Madonna.

La mattina del Venerdì Santo, puntualmente, il corteo processionale usciva dalla sede dell’ Oratorio di S.Filippo per “accompagnare” i simboli della Passione, le statue delle “3 Marie” ed il cataletto ornato di fiori  con su adagiato Cristo morto, nella Basilica della Madonna del Ponte. Si trattava di un percorso breve, ma significativo di un “passaggio”, di una consegna, da parte dell’Arciconfraternita, della “macchina processionale” all’autorità religiosa, depositaria del mistero della Passione, istituzione che, accogliendo negli spazi del tempio le immagini e gli oggetti simbolo della Passione e morte di Cristo, implicitamente li legittimava. Tale “riconoscimento” aveva, anche, una ulteriore forza, proveniente dal “consenso” delle autorità cittadine: i “fiocchi” dorati simbolici lacci che scendevano dai lati del “letto di morte” erano “portati”, ossia retti da coloro che allora svolgevano a Lanciano funzioni rilevanti: il Procuratore della Repubblica, il Presidente del Tribunale, il Pretore, il Sindaco, il Priore e la Priora dell’Arciconfraternita in carica. Una cerimonia semplice, un corteo a ceri spenti, mesto e compunto, accompagnato dal coro dei bambini.

L’ampia Basilica cattedrale della Madonna del Ponte, spalancava le sue porte alla  folla orante che si disponeva a pregare per confortare, da mezzogiorno alle tre del pomeriggio, l’agonia di Cristo. Un miscuglio di religiosità popolare e di devozione era la cifra distintiva dell’agonia, momento di preghiera severamente gestito dalle “sorelle” e dai “fratelli” dell’Arciconfraternita dediti, a turno, a restare in atteggiamento umile e dimesso, accanto ai simboli della Passione di Cristo. La celebrazione liturgica del Venerdì Santo veniva officiata dai sacerdoti dopo le tre pomeridiane, l’ora indicata dai Vangeli della morte di Cristo. Al termine, iniziavano i preparativi per la processione serale:un movimento corale ed avvolgente penetrava allora in tutti gli eletti alla partecipazione, mentre la presenza dell’Arcivescovo, dei canonici e del padre spirituale  conferiva al rito la giusta sacralità. Il corteo, illuminato dalla luce spettrale dei ceri portati dai confratelli e dalle consorelle, accompagnato dalla recita del S. Rosario, sottolineato dalla marcia funebre di F. Masciangelo e dal coro dei bambini, attraversava tutte le vie cittadine  del centro storico. Prima   di rientrare nella sede dell’Oratorio di San Filippo, percorreva una parte della città nuova, riscendendo per corso Trento e Trieste.

Il processo di modificazione della liturgia della Settimana Santa, voluto da S.S. Pio XII, a partire dal 1951, ebbe un effetto a dir poco  dilaniante sull’organizzazione dei riti del Venerdì Santo a Lanciano: una volta ristabilita rigorosamente la dimensione temporale della Passione e della morte di Cristo, divenne assolutamente incongruente il “trasferimento” della statua di Cristo morto nella Basilica Cattedrale della Madonna del Ponte, prima dell’ora indicata dai Vangeli canonici, circa  la morte di Gesù per crocifissione. Né, d’altra parte, avrebbero potuto essere reiterati i riti e le devozioni dell’agonia, essendo stata inserita una celebrazione eucaristica vera e propria per il primo pomeriggio del Venerdì Santo.

Si trattò, allora di una rivoluzione copernicana che veniva a scontrarsi con una cultura plurisecolare: accettare il cambiamento in nome di una migliore e più coerente fedeltà al dettato storico, contro le disfunzioni della tradizione, fu difficile e doloroso, specie per chi, da bambino, era avvezzo ad una ritualità scandita nei tempi e nei luoghi.

Ricordo ancora che, allorquando don Danilo Salomone, con fermezza e con determinazione, durante la consueta riunione assembleare delle “sorelle” e dei “fratelli” nell’Oratorio di S. Filippo, illustrò le conseguenze del Decreto di Pio XII, un silenzio di gelo invase l’uditorio. Successivamente, le proteste della “vecchia guardia” furono aspre e pronunciate con stizza. Era il nuovo che arrivava ed andava a distruggere quanto era stato pazientemente costruito nel corso di quattro secoli.

La processione, priva del rituale della mattina e relegata allo spazio pomeridiano, perdeva lo smalto, il decoro di sempre e sembrava essere minimizzata. Qualche fratello ebbe a proporre di chiedere all’autorità della Chiesa di Roma, una sospensione dell’applicazione dei nuovi decreti papali, a favore dell’Arciconfraternita di S. Filippo Neri. Il diniego fu assoluto ed inoppugnabile. Restarono della tradizione, le preghiere ed i canti in latino, un latino recitato spesso in modo poco felice e poco comprensibile. Era l’unico modo per non rinunciare al passato che era stato cancellato.

“Stabat mater lacrimosa juxta crucem dolorosa…..”

 

Rosa Ada Gabriele Braccioli