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I riti della Settimana Santa: una tradizione di famiglia

Non ero abbastanza grande da poter ricordare la prima volta che vidi o partecipai alla processione del Venerdì Santo: io bambina con gli occhi chiari, bionda e con le trecce che inevitabilmente sarebbero scivolate fuori dal cappuccio nero, eppure non è trascorso un solo anno che io non l’abbia vista passare anche solo da lontano.

Finché si è piccoli ci si sente costretti a partecipare da un autoritarismo devoto alla tradizione, poi, però ci si accorge che, come non verrà mai Natale senza “la Campanella” del 23 Dicembre, così non sarà mai Pasqua di Resurrezione senza l’incedere lento degli Incappucciati, senza i volti affaticati dei bimbi sotto gli angioletti paffuti e soprattutto senza aver potuto riavere vicino al cuore e alle nostre case Gesù Cristo Morto, così reale e pieno di pathos.

Sono cresciuta nel culto di questa tradizione: mia nonna racconta di Nonno Puccio confratello che, nell’immediato dopoguerra e ancora sotto il pericolo dei bombardamenti tedeschi, con le uniche persone disposte a lasciare i nascondigli, pochi indiani, appunto, portava a spalla la Bara nel giorno del Venerdì Santo per le vie deserte e tra le macerie di Lancianovecchia; non ho mai dimenticato mio padre, per lunghi anni Priore dell’Arciconfraternita “Orazione e Morte”, mentre diceva: “Cristo Morto esce comunque, esce anche sotto la neve!”.

Ho cominciato così anch’io come mio padre da piccolo, piccolo in braccio a suo nonno, io con una mano al fiocco della Pannarola e l’altra che cercava nonna, quella che mi porgeva vicino alla “ruva” una bottiglietta d’acqua e qualche biscotto, la nonna che da sempre ama i colori quel giorno era tutta di nero senza un velo di trucco, senza i suoi inseparabili orecchini a bottone…perché papà voleva così!

E l’ho portati tutti sopra le spalle: la colonna della flagellazione, il gallo di Pietro, il volto santo e ho imparato a camminare per quelle strade, le stesse che percorro abitualmente, in religioso silenzio, accennando soltanto rapidi saluti, memore di mio padre che prima di aprire il portone di Santa Chiara e di lasciare uscire i confratelli diceva: “Auguro a tutti una Santa Processione, una processione di preghiera e di silenzio”.

Oggi annullo i miei impegni e ritorno in tempo, perché a Lanciano la notte del Giovedì rivivo il Mistero, il Distacco.

Seguo lo stesso percorso ogni anno, ora che aspetto gli Incappucciati tra la gente: la Salita dell’Arcivescovo, Santa Maria Maggiore, San Rocco, la Piazza; li guardo passarmi accanto per le vie sgombre del centro storico con i volti coperti dal tradimento.

Dietro ogni volto nascosto uno sguardo che lascia trapelare un cenno e penso: “ Eccolo è lui !” “Chissà dov’è lui?!!”.

Allora l’emozione è forte, trattengo il respiro, la raganella suona stridula e assordante, blocca il passo del Cireneo e con lui blocca il mio battito, gli guardo i piedi scalzi, il dorso delle mani, non mi fa più paura come quando ero bambina.

Intanto la Processione riprende, riprende sulle note struggenti del Christus, del Miserere che sembrano non finire mai, sembrano riecheggiare tutta la notte fino al mattino del Venerdì con la Banda “ Fedele Fenaroli” lì davanti al portone di casa, prima di fare il giro della città.

Con le stesse note al tramonto come preghiera nella Deposizione della Croce, l’Orchestra e la Corale preludono alla Solenne Processione del Venerdì.

Per un po’ di tempo ho vissuto l’esperienza tra le file dei coristi, ho avuto l’opportunità di conoscere ogni singola battuta delle Musiche Sacre di questi nostri grandi Maestri: Masciangelo, Bellini, Ravazzoni, ed è solo su queste note che si rivive il Dolore di Maria, la Sofferenza del Calvario, la Morte di Croce.

Poi all’imbrunire con la folla ai lati della strada che, quando il clima è temperato appare fitta come nelle feste di Settembre, esce la Processione del Venerdì, ma non si respira aria di festa nei borghi della città antica, nell’inconfondibile odore pungente d’incenso, nei volti delle vecchine nascoste in preghiera dietro le grate dei loro pianoterra.

C’è un’aria mistica e di devozione quando piovono sulla Bara petali di fiori freschi e la città copre il percorso di Cristo di coperte pregiate.

Io osservo, aspetto che passino i confratelli, la Croce, la Bara, le Marie, poi giù di corsa per le scalette dei vicoli per vederla di nuovo più e più volte per riscoprire angoli nascosti, scorci suggestivi sotto i rosoni pregiati delle nostre Chiese, per tornare ai bastioni illuminati dai flebili lucernai, dove i sai neri e le torce rendono l’atmosfera unica.

E’ una tradizione di grande spiritualità e misticismo cresciuta sin dal 1500 improntata sul senso dell’abnegazione e del bene comune fortemente radicata nel tessuto sociale dell’epoca della realtà frentana e oggi anche al di fuori di essa.

E’ con grande soddisfazione che vedo portato a termine il progetto iniziato sin dagli anni ‘80 da mio padre che, dopo aver stabilito contatti e incontri con la nostra Casa Madre di Roma, ci ha condotto nel 1984 al Giubileo Internazionale delle Confraternite e alle Processioni Quaresimali.

Ricordo in quelle occasioni i primi incontri con gli altri Sodalizi, il confronto non solo negli abiti ma anche nei riti e nelle tradizioni, ricordo gli sguardi attoniti di quanti ci osservavano passare per via del Corso con il sacco nero così semplice e così peculiare, con il nostro stendardo vellutato raffigurante il Teschio, i Tre Monti del Calvario e la Croce che, pur evocando, in alcuni, sensi di apparente malaugurio, emanava tuttavia grande senso di religiosità e di fede.

Allora voglio dire grazie a quanti hanno permesso che di anno in anno  si perpetuasse questo rito, a quanti per cultura, memoria, sensibilità e profondo rispetto hanno tenuto a mantenerne intatte le caratteristiche e a quanti oggi si adoperano per farlo conoscere e apprezzare in Italia e nel Mondo.

 

Chiara De Rosa