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IL CIRENEO

Il CireneoUn uomo, una città. Una croce, migliaia di preghiere, speranze, desideri, gioie, dolori. Quell’uomo riassume una città, quella croce che porta sulle sue spalle – pesante, fredda, spigolosa, eppure ricca di significato e di speranza – ricapitola in sé tutte le attese profonde di una Lanciano che, forse, non aspetta altro che veder uscire proprio quell’uomo con quella croce dalla chiesa di Santa Chiara, il Giovedì e il Venerdì Santo, tra le orazioni incessanti, le luci e il calore delle fiaccole, le note meste della banda e il rumore inquietante delle arcaiche “raganelle”.

Un’attesa che dura un anno intero: se non appartieni a questa città forse, anzi sicuramente, non puoi capire la portata, l’intensità, il significato di quella croce. Non ne senti il peso. E forse, anzi sicuramente, se non appartieni a Lanciano non puoi comprendere il coraggio, l’emozione, il dolore e la gioia di chi viene scelto ogni Giovedì e Venerdì Santo per portare quella croce e, con essa, le migliaia e migliaia di croci, e attese, e speranze di una città intera.

Quell’uomo con quella croce è il Cireneo di Lanciano, che si carica di un fardello non suo proprio come Simone di Cirene che fu scelto per aiutare Gesù nella sua tremenda salita verso il Calvario, duemila anni or sono.

Grazie a quell’uomo e a quella croce, il Giovedì e il Venerdì Santo lancianesi rappresentano un vero e proprio unicum nel variegato panorama della Settimana Santa in Abruzzo. Nei giorni che precedono la risurrezione del Salvatore, infatti, la città cerca con lo sguardo e con il cuore non solo il Cristo morto, non solo Maria Addolorata, non solo i simboli tradizionali della passione ma anche, se non soprattutto, il protagonista senza volto e senza nome della processione degli Incappucciati, il giovedì, e di quella del Cristo Morto, il venerdì, i due riti orgogliosamente orchestrati dal sodalizio che, dalla fine del XVI secolo, rappresenta un punto di riferimento religioso e sociale del capoluogo frentano: l’Arciconfraternita della Morte e Orazione sotto la protezione di San Filippo Neri.

A quell’uomo che, scalzo e sofferente, porta la croce per conto di tutti, è riservato un destino apparentemente strano: nonostante il suo grande e gratuito “servizio”, alla sua persona nessuno mai assocerà un nome.

Nessuno, tranne il Priore dell’Arciconfraternita cui spetta l’onore e l’onere di indicare di volta in volta chi sarà il prescelto, la cui identità sarà in seguito annotata sul “libro dei cirenei” conservato sotto chiave a Santa Chiara, al quale nessuno potrà mai avere accesso. Un mistero che, a ben vedere, rappresenta il significato più profondo e decisivo di questi due giorni lancianesi: il Cireneo senza volto, introdotto nella scenografia dei riti quaresimali solo nel primo dopoguerra, altro non è che un modo simbolico per emulare in eterno l’umiltà dei gentiluomini fondatori della confraternita che, con il capo coperto dal cappuccio proprio per restare anonimi, si premuravano di raccogliere i morti nei periodi di peste, assicurando la cristiana sepoltura anche a chi non poteva permetterselo. Oggi come allora, insomma, uomini umili al servizio caritatevole di tutti i loro fratelli.

Non a caso, quindi, la scelta del Cireneo, che avviene solamente qualche istante prima dell’uscita della Processione, rappresenta il momento più intenso e, per certi versi, più delicato di questi giorni. Tutto si svolge a porte chiuse nell’Oratorio della chiesa di Santa Chiara, la sede dell’arciconfraternita, dove i circa duecento confratelli si riuniscono alla spicciolata a partire dalle prime ore del pomeriggio.

Mentre tutti pregano e si preparano puntigliosamente alla Processione, il Priore si ritira in meditazione per affidare la sua scelta al Signore. Una volta presa la delicata decisione, questa va comunicata all’interessato. È l’attimo più difficile perché spetta all’abilità del Priore fare in modo che nessuno riesca ad identificare il prescelto: il segnale può essere uno sguardo, una parola detta a mezza bocca, una pacca sulla spalla o, anche, una comunicazione per interposta persona. L’importante è che nessuno si accorga di nulla, come è sempre stato fino ad oggi: verrebbe meno la sacralità di un istante che rappresenta un vero e proprio premio per il confratello che nel corso dell’anno si è distinto per impegno e zelo nelle attività della confraternita.

Una scelta travagliata, tutta nelle mani del Priore. Una decisione che può protrarsi a lungo e alla quale, addirittura, il prescelto può anche opporre il suo rifiuto: come nella vita, la sofferenza si accetta con grande libertà. Se il prescelto dice no tocca al Priore accollarsi la croce e portarla in processione per le strade della città.

Venuto a conoscenza della decisione, il Confratello scelto si ritira in un’apposita camera per la vestizione: la stanza del Cireneo, un angusto corridoio anticamente utilizzato dalle suore di clausura del Convento di Santa Chiara per raggiungere una grata attraverso cui confessarsi. In preghiera e meditazione il Cireneo indossa il saio nero, il cappuccio e il cordone di crine nero con il rosario ma, a differenza di tutti gli altri confratelli, cammina scalzo e non porta la fascia con il medaglione che certifica l’appartenenza all’Arciconfraternita.

Quando il Cireneo esce dalla sua stanza, è il Priore stesso a caricarlo della croce di ben venticinque chili, conservata nella Chiesa insieme a tutti gli altri simboli della Confraternita. La tensione, a questo punto, raggiunge il culmine:  spesso il Cireneo, per la forte emozione, si mette a piangere, a volte prega con intensità, altre volte ancora rimane in silenzio quasi incredulo per tanto onore.

Ma resta sempre un momento impossibile da raccontare, dove le emozioni e la fede prevalgono su ogni altra cosa.

Adesso la Processione è pronta per uscire da Santa Chiara e dar vita ad uno spettacolo incomparabile che lambisce corso Roma, Santa Maria Maggiore, via Cavour, piazza Plebiscito e via dei Bastioni: i confratelli con le loro fiaccole formano due ali luminose, in mezzo alle quali cammina il Cireneo chino sotto il legno pesante.

Quell’uomo con quella croce, su cui si appuntano gli sguardi di tutti, prega incessantemente, soffre silenziosamente, spera con certezza. Per conto di tutti e per il suo cambiamento interiore. È impossibile rimanere uguali a prima: essere scelti come Cireneo segna la propria vita indelebilmente.

Il Giovedì Santo l’uomo con la croce è preceduto dallo Stendardo dell’arciconfraternita e seguito dal Talamo con la croce che reca la frase di Costantino “In hoc signo vinces”, le due clessidre a significare il tempo che scorre, la spugna e la lancia e i tre monti di pietà, a memoria delle secolari attività caritative della confraternita. I confratelli – rigorosamente uomini – portano il volto incappucciato in segno di uguaglianza di fronte al Mistero redentore, ma anche di vergogna per il tradimento di Giuda, massima espressione del peccato.

Il Venerdì Santo, invece, la processione è più articolata e ampia: il corteo è aperto dalla “Pannarola”, una sorta di vessillo che indica la via da seguire per la santità, seguito dai diversi talami della passione, altrimenti detti “Misteri”, dalle statue del Cristo Morto, della Madonna Addolorata, di Maria di Magdala e Maria di Cleofa. Oltre ai confratelli, inoltre, ecco le consorelle: tutti a volto scoperto. Tutti, tranne il Cireneo ovviamente.

Lanciano intera, che in cuor suo non attende altro che quell’uomo e quella croce, assiste silenziosa e commossa, mentre le note del Miserere di Masciangelo, e le musiche solenni e drammatiche di Bellini e Ravazzoni, riempiono l’aria di devozione e raccoglimento. Il silenzio è quasi surreale, interrotto solo dalle preghiere e dall’incedere lento e cadenzato.

Quando la Processione rientra in Chiesa, a tarda sera, si ripresenta il problema iniziale: evitare che il Cireneo venga identificato mentre lascia la croce e si sveste. Ma senza dubbio il fermento che si respira in questo momento conclusivo, insieme alla grande folla che assiepa la Chiesa di Santa Chiara per fare finalmente un po’ di compagnia a Gesù nel sepolcro, facilita la salvaguardia di un segreto che i lancianesi considerano da sempre come proprietà e bene di tutto il popolo.

Si rimette a posto la croce, si sistemano i vari Simboli dell’Arciconfraternita: passerà un altro anno prima che la città tutta possa vedere uscire da quella Chiesa quell’uomo senza volto e senza nome con il pesante legno sulle spalle.

Piergiorgio Greco, giornalista