Le Posate PDF Stampa E-mail

LE “POSATE”

Uno degli elementi più affascinanti e significativi della processione del Venerdì Santo era indubbiamente rappresentato dai momenti di drammatizzazione più autentica, le cosiddette “posate”, quelle soste all'interno del percorso cittadino durante le quali orchestra, solisti e coro di voci bianche eseguivano brani di estrazione popolar-religiosa o di liturgia. Queste  “posate”, che riproponevano forme di partecipazione popolare analoghe a quelle dei misteri medievali, erano talmente radicate nel sentimento dei fedeli da superare i limiti della tradizione folcloristica e da essere sacralizzate. Quando nei  primi anni del 1900 l'Arcivescovo Mons. Angelo della Cioppa pose il veto allo svolgimento di quelle che considerava forme non religiose, la risposta dei lancianesi fu un'autentica sollevazione, un'insurrezione!

Nello stesso anno il Prelato cercò di inibire anche un’altra tradizione, vale a dire quella della commedia della Resurrezione, che all’epoca era anticipata di un giorno rispetto alla Pasqua per rendere possibile al Clero la celebrazione delle tante funzioni liturgiche che il periodo richiedeva.

Di fronte ad un simile provvedimento il popolo ravvisò un segno premonitore di sventura,premonizione che si materializzò drammaticamente all'arrivo di una compagnia e di un plotone di bersaglieri, rispettivamente da Chieti ed Ancona.

Per questo il popolo, fiducioso che seguendo la vecchia tradizione si obbedisse ad una legge divina, ricorse ai Priori delle Congreghe affinché si recassero dal Vescovo.

Questo tentativo si dimostrò vano e servì solo a confermare le ragioni del Prelato, il quale aveva tenuto a puntualizzare che se la cittadinanza voleva le processioni, le Congreghe erano libere di organizzarle, ma contestualmente l’Arcivescovo ricordava che  se le processioni erano organizzate da laici senza il beneplacito della Chiesa, esse non avevano alcun carattere religioso e di conseguenza l’intero clero le avrebbe disertate.

Tutto ciò rappresentò l’elemento primario che spinse il popolo, con tanta forza e devozione, a preparare la processione di sua iniziativa.

I Parroci si fecero portavoce del Vescovo, il quale rese noto ai fedeli che una funzione di tal genere non poteva rivestire alcun carattere religioso e che le statue della passione e tutte le altre della processione, compresa quella del Cristo Morto, erano state colpite da questo provvedimento con la conseguente perdita della loro sacralità.

Quest'ordine colpì ancora di più la coscienza del popolo, già profondamente turbata dal dover considerare quelle devozioni come qualcosa religiosamente insignificante e  le statue soltanto nella loro gretta materialità.

A causa di tutto questo quel Venerdì Santo del 1905 fu veramente particolare.

Il corteo uscì dall’Oratorio di San Filippo Neri tra il salmodiare dei Confratelli che pian piano si incolonnavano lungo via dei Tribunali, senza la presenza dell’Arcivescovo e del Clero Metropolitano.

Una dettagliata descrizione dei fatti  ci è stata lasciata da Saverio Basciano, allora ragazzino di dieci anni che accollava il Mistero del Gallo:
[…]Come in un sogno ritorna in me il ricordo, tanto lontano negli anni ma che pur sembrami vicino, di quell’avvenimento rimasto fortemente impresso nella mia mente, allora, di adolescente.

Preceduto dal nero e maestoso stendardo, con una corona di angioletti viventi che ne sorreggevano i drappi, la processione del Cristo Morto risalì pel Corso del Popolo.

Era un’eccezione alla regola perché quell’anno non si recava per prima alla Cattedrale, ma doveva raggiungere il Largo di Santa Chiara, per discendere poi verso via Fenaroli e di lì, risalendo per l’Arcivescovado, portarsi a quello dell’Appello, percorrere via Garibaldi e compiere in tal modo il giro dei rioni Civitanova e Sacca.

I ‘misteri’ della passione, gli angioletti, la corona di spine, la tromba, il gallo, il Volto santo, la colonna, le verghe, la camicia, i dadi, la scala, le fiaccole, eran portati a spalla da ragazzi e giovinetti in camici neri, il Cristo dai Fratelli dell’Oratorio, incappucciati e inguantati, con ai lati ed a seguito le Autorità, i Confratelli con le candele in mano, e i soci delle altre Congreghe che avevano aderito.

Tutta la processione poi era seguita ed affiancata da cittadini vestiti di nero, da donne biascicanti orazioni, da turbe di fedeli, da drappelli di fieri contadini.
La battola (la raganelle) ogni tanto, gracchiando, rompeva il silenzio per dare il segnale delle fermate e delle riprese.

Io, ragazzino di dieci anni, portavo a spalla, con altri tre compagni, il "mistero" del gallo.

Come la processione discese da strada Fenaroli e giunse all’imbocco di via degli Studi, che immette alla salita dell’Arcivescovado, l’aria prima tra sussulti e mormorii e poi tra grida della folla, si fece arroventata.

Cordoni di Carabinieri e soldati sbarravano il passo a quanti volessero proseguire per quei erta, perché si temeva che il popolo, passando accanto al palazzo episcopale, preso dall’ira, insorgesse all’indirizzo dell’Arcivescovo che per cautela s' era rifugiato nelle sue stanze, come pure si erano rinchiusi in casa i sacerdoti e i canonici.

L’ordine della Pubblica Sicurezza, era d’impedire che la processione salisse per i quartieri di Civitanova e della Sacca: il corteo doveva invece raggiungere Piazza Plebiscito dirottando per la strada del Commercio (C.so Umberto I) per poi compiere il giro dei soli quartieri delle Fiere e di Lancianovecchia.

I delegati della P.S., che alla vita cingevano sciarpe tricolori, tenenti dell’esercito, che comandavano reparti di fanteria e bersaglieri, con le sciabole sguainate nelle destre, respingevano la folla che premeva sui cordoni pretendendo che la processione passasse.

I funzionari e gli ufficiali dei carabinieri invitavano ad alta voce l'agglomerato dei cittadini a disperdersi, ma la ressa continuava e l’assembramento diventava preoccupante.

Ma la folla non ubbidiva, gesticolava, si accalcava, spingeva sempre più, e gridando con forza: " Vogliamo le posate, fateci passare, abbasso Monsignore! […]Noi fanciulli, ch' eravamo intenti al trasporto dei ‘misteri’ della passione, avevamo deposto per terra le statue, in un posto riparato di via Fenaroli, in attesa che qualcuno ci dicesse che cosa dovessimo fare, ed intanto, senza renderci conto, spinti dalla curiosità, e non considerando il pericolo a cui volontariamente eravamo esposti, ci godevamo a turno lo spettacolo delle fasi del tumulto.

I bambini invece che accollavano ‘gli angioletti’, apparivano, pur al sicuro com'erano, tutti intimoriti, non tanto dagli effetti determinati da quel frastuono e da quel gridio, ma a causa del comportamento delle loro nonne, che avevano il compito di vigilarli, perché esse ogni tanto si prostravano a terra e tra il compassionevole e il risibile, sollevando le mani al cielo, li facevano sbigottire con i loro lamenti che sapevano di pianto e dolore: "Gesù, Gesù perché ci hai abbandonato?"

Quelle scene provocarono negli animi dei più accesi rivoltosi una nuova forma di ribellione, l’assillo di guastare qualcosa, e cosi quegli invasati divelsero con le mani il selciato dando inizio ad una sassaiola che si rovesciò sul luogo dove la truppa stanziava.

I carabinieri accorsero piattonandoli con le sciabole infoderate, ne trassero in arresto più d’uno che parevan gli animatori, nella speranza che l’azione finisse, ma il furore s'accrebbe per un fatto nuovo verificatosi ad opera di elementi forestieri.

I terrazzieri ed i muratori, infatti, che da poco eran venuti da S. Severo a stabilirsi a Lanciano alle dipendenze dell’impresa Battistella, che attendeva alle opere di dissodamento dei prati delle fiere - che all’epoca si avviavano a diventare l’arteria principale del paese, l’attuale Corso Trento e Trieste - nello scorgere a piè d’una vicina costruzione, una composta di laterizi e mucchi di mattoni rotti, li afferrarono a bracciate e quei pezzi, come se lanciati da un sol uomo, li scaraventarono all’altezza della truppa che, sotto quella speciale pioggia fu costretta a retrocedere.

I reparti armati dovettero così tirare indietro i cordoni, fin sotto l’Arcivescovado, dando motivo ai ribelli di continuare il lancio a giusto tiro sul palazzo diocesano, infatti, il materiale da costruzione fu trasportato nell’intervallo da quella gente ben adusata a tali fatiche così lestamente fin davanti al portone del vecchio Ginnasio che tutti ne rimasero meravigliati e di là quei braccianti potettero sfogare la loro smania di colpire scagliando sui balconi dell’episcopato, e con tanta forza, gran quantità di quei pezzi di mattone, a tal punto che molti di essi s’andarono a conficcare, e vi rimasero per lungo tempo, nelle stecche delle persiane.

Ma fu una vittoria di Pirro. Come ai rivoltosi vennero meno quei proiettili, i soldati, prevedendoli nell’intento che avevano di voler invadere il palazzo del Vescovo, caricando le armi spararono in aria, ridiscesero la china schierati in linea di fronte ed in più squadre, determinando così un parapiglia, tra i tumultuosi che fuggivano per non essere travolti dalla truppa.

[…]Il tumulto sembrava placarsi perché i carabinieri avevano fermato gran parte degli uomini autori del lancio delle pietre disselciate.
La truppa serrando con gran forza aveva scompigliato il nerbo della folla, la processione si era frazionata, di essa non si aveva più un idea chiara; lo stendardo, avviato dai carabinieri per via del Commercio, non si sapeva più dove si trovasse, le statue ed i nostri “misteri" s'erano stanziati nei dintorni di quel quadrivio dove c'era stata la maggior ressa, ma il Cristo dove si trovava?

Si diceva che i Confratelli l'avessero messo in salvo nell’atrio di una casa gentilizia[…]

La sommossa finì, e il nostro povero commentatore, Saverio Basciano, tornò a casa con tanto sconforto dopo aver atteso per tanto tempo quell’evento che rimase, comunque, una indelebile esperienza della sua vita.