| L'Oratorio |
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L’Antico Oratorio di San FilippoSono passati tanti anni da quel giorno di novembre. Ero in seconda o forse terza elementare e frequentavo l’Istituto Sacra Famiglia, che aveva sede nel vetusto palazzo delle Francescane in Largo dei Tribunali. Alla fine delle lezioni del mattino, un mio compagno di classe – ti ricordi, Stefanino? – in tono misterioso disse ad alcuni di noi, che eravamo lì ad aspettare la refezione: “Se non avete paura, vi faccio vedere tante cocce di morto”. Con la curiosità un po’ morbosa dei bambini e con un inconfessato timore, lo seguimmo, volendo tuttavia dar prova di coraggio. Usciti di soppiatto dal portone laterale e attraversata la strada, fatti pochi passi, entrammo in fila indiana nell’Oratorio di San Filippo, dietro la nostra guida, che con tono d’importanza provocatoria disse: “E mo’ guardate!”. Sulle prime, nella penombra, non vidi che un altare parato a lutto, in fondo alla Chiesa, ma poi mi accorsi che quasi ai miei piedi, poggiata a terra c’era qualcosa che mi parve, per forma e dimensioni, una bara, coperta da un drappo di velluto nero, su cui erano disposti teschi in forma di croce, mentre altri ne fermavano gli angoli. Alzando lo sguardo alle pareti laterali vidi file di teschi ordinatamente disposti su scaffali. Sentii la porta aprirsi e poi richiudersi alle spalle di qualcuno che se la filava. Restai lì per un po’, affascinata più che spaventata da quella scena che mi appariva irreale; poi uscii, riattraversai la strada, rientrai a scuola non vista e mi unii agli altri bambini che andavano a pranzo tra le raccomandazioni di Sabina. Al termine delle lezioni pomeridiane, durante le quali ero stata quanto mai distratta, la mamma venne a prendermi e dopo l’immancabile giro di commissioni, mi condusse proprio a San Filippo. La sala, adesso, era illuminata da ceri; sui loro stalli, i confratelli rivestiti del saio nero recitavano – così mi fu spiegato poi – l’Ufficio dei Defunti. Distinsi nel coro la voce di papà, ne vidi il volto austero; alzando lo sguardo notai proprio sulla sua testa, allineato tra gli altri su uno scaffale, un teschio sulla cui fronte erano incise tre lettere: F. P. C. Mi accorsi allora che molti teschi recavano incisioni simili, ma con lettere diverse. I confratelli continuavano a salmodiare in latino, che non comprendevo allora, ma che mi affascinava: mi sembrava che con Dio non si potesse parlare nella lingua di tutti i giorni. Ricordo chiaramente d’aver provato la netta impressione che con i confratelli viventi, in una misteriosa comunione, pregassero anche quei morti, le cui reliquie erano lì esposte. Papà la sera mi raccontò la storia della Confraternita e mi spiegò poi che le lettere incise sui teschi, tutti di confratelli dei secoli passati, erano le iniziali dei loro nomi e che F. P. C. significavano Francesco Paolo Carinci. Lo disse con orgoglio: la presenza dei resti, lì, a San Filippo, di quel suo antenato del XVII secolo, un ebreo convertito, testimoniava il legame profondo e costante tra la confraternita e la nostra famiglia. Qualche tempo dopo quell’antica sede fu destinata ad altro, la Confraternita dovette migrare nella Chiesa di Santa Chiara, i teschi furono deposti in un ossario comune, al cimitero. Mio padre ne soffrì come di un’empia profanazione. Io non ero più entrata nell’Oratorio da quel giorno in cui fui iniziata al pensiero della morte, come di una realtà non spaventosa né definitiva per chi ha fede nella Resurrezione e cominciai a prendere coscienza della forza della preghiera che, in Dio, ci avvicina ai nostri morti. Per me, in Via dei Tribunali, dietro quella porta, continua ad esserci l’Oratorio di San Filippo come lo vidi allora, con i paramenti funebri, i confratelli che pregano nei loro sai, i teschi sulla bara e alle pareti: non è cambiato nulla. Quello è un luogo della memoria, uno degli angoli amati della mia Lanciano, sempre presente a me da tanti anni lontana. E io so, ne sono certa, che nell’ultimo giorno, al suono dell’angelica tromba, lì, proprio lì, i confratelli d’ogni tempo risorgeranno e si abbracceranno e vestiti di luce canteranno per sempre la gloria di Dio. Annamaria Carinci |